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Il viaggio che ho ripercorso si basa sulle esperienze vissute da mio nonno, Quinto Bencivelli, durante la Seconda Guerra Mondiale. Quinto era un militare italiano di stanza a Spalato, all’epoca città croata sotto il controllo italiano. Catturato dalle truppe tedesche l’8 settembre 1943, venne deportato in un campo di lavoro in Germania, nei pressi di Dortmund. Qui vi rimase dal settembre del 1943 al maggio del 1945, quando venne liberato dalle forze alleate. Una modalità rappresentativa che si basa sull’archetipo del viaggio pone il problema di come il camminare influisca sulla costruzione di un paesaggio della memoria.
Se all’epoca dei fatti i tracciati, forzati, percorsi da Quinto hanno assunto probabilmente le caratteristiche di un percorso sedentario, che come ricorda Gilles Deleuze, “consiste nel distribuire agli uomini uno spazio chiuso, assegnando a ciascuno la propria parte, e regolandone la comunicazione tra le parti”, il viaggio che ho percorso può ricollocare l’attività umana in uno spazio aperto, indefinito. Camminando si è ricostruito un paesaggio, naturale e non, che assume una valenza altra da una prettamente architettonica e stanziale. Luoghi differenti tra loro si congiungono sia nella memoria degli avvenimenti, sia nella costruzione di paesaggi e dimore temporanee tramite la pratica del camminare. Quest’ultima si rivela ancor di più una modalità che presenta la capacità di leggere e scrivere simultaneamente lo spazio, intervenendo nel suo continuo divenire.