Suppongo che avrà pure un nome

Il presente lavoro risponde a una tensione, affidata all’atto del fotografare, di ristabilire una relazione fenomenologica con i luoghi della valle del Vajont, profondamente lacerati sia dall’intervento umano, sia dalla reazione provocata da quest’ultimo negli elementi naturali. Per attivare un percorso di riavvicinamento tra le componenti coinvolte, le immagini proposte vanno intese non come semplici manufatti ma come funzioni che tentano di riequilibrare il costante e continuo sconvolgimento presente tra l’uomo e gli elementi naturali. Ecco dunque che la diga, in questa serie di immagini, cede silenziosamente il passo al paesaggio circostante e in particolar modo, alla ricerca e all’identificazione di parti di quest’ultimo che non abbiano subìto delle trasformazioni in seguito al disastro del 9 ottobre 1963. Identificazione complessa e sottile che sembra infrangersi di fronte alla portata dei cambiamenti avvenuti nella valle del Vajont, in cui anche il nome non rappresenta più il luogo nella sua precedente conformazione ma ha subìto un’immedesimazione pressoché completa con gli avvenimenti del disastro, tanto da sembrare anch’esso mutato.